Kors, il caotico

KirinDragon

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Avvertenze!
Riferimenti a persone o cose o orecchie a punta sono puramente casuali.
Quindi se vi offendete per quelle imbarazzanti orecchie sono cavoli vostri!



Nome: Kors Vir
Età: 19
Genere: M
Specie: Umano
Allineamento: Neutrale
Altezza: 1.75
Peso: 57
Occhi: Castani
Capelli: Castani
Pelle: Bianca, pallida
Corporatura: Magra
Origini: Villaggio di Linworn, regno di Gareff


Capitolo 1: Racconto di un uomo

Era un tipo abbastanza silenzioso. Avrà avuto sulla ventina, o poco meno, nonostante a vedersi non avesse un briciolo di barba. Sedeva spesso la sera in quella locanda di questo paesino di collina. Beveva sempre il solito intruglio di un vecchio liquore di produzione locale mischiato a del dolce sciroppo ricavato da una certa pianta, e se ne stava lì, in un angolino a fissare il vuoto come se rimembrasse qualcosa dei tempi andati.
Aveva sempre con sé una vecchia spada, di quelle leggermente curvate che producevano a sud, in un logoro fodero che originariamente pareva essere bianco. Non gliel'ho mai vista sfoderare, ma avevo sentito dire che fosse parecchio malmessa e spezzata al livello della punta.
Solitamente non era ammesso introdurre armi all'interno della locanda, ma i proprietari facevano alcune eccezioni per gli avventurieri più pacati: alla fine, poteva far loro comodo avere qualcuno pronto ad intervenire nel caso di intrusioni da parte di ladri o banditi.
Talvolta arrivava coperto di lacerazioni che solcavano la sua candida e liscia pelle pallida, la quale era sollevata e annerita in prossimità delle ferite: come se fosse opera di qualche veleno. Poi spariva per qualche giorno e quando riappariva, sempre in quella locanda, era completamente guarito come nuovo... Avrà avuto conoscenze tra degli esperti guaritori o alchimisti produttori di pozioni rigenerative?
Parlava quasi solo se interpellato e non dava risposte chiare, talvolta farfugliava qualcosa di incomprensibile, come detto in una qualche lingua straniera.
Un giorno, col vespero a farmi compagnia, entrai in quella locanda e andai da lui. Arrivato davanti al tavolo a cui sedeva gli chiesi, forse un po' d'imprudenza: «Perché non mi racconti la tua storia, avventuriero?» e lui rispose in modo secco puntando il suo sguardo nel mio: «Vuoi sapere? Siediti pure».
Da lì cominciò a raccontare di come veniva, tra mille viaggi e vicende, da un piccolo villaggio di un lontano ovest dove la vita è calma e luminosa. Luminoso. Quando diceva questa parola anche la tenebra nel suo profondo sguardo sembrava allontanarsi un po'.
Però, appena dopo il cominciare della storia presi coscienza della mia avventatezza e gli chiesi: «Come ti chiami? Mi sono accorto di non avertelo ancora chiesto…»
Ed egli rispose con tono sicuro: «Kors».
«Uno strano nome pure per uno straniero del lontano occidente» pensai, ma riprese subito a raccontare: mi spiegò come seppur tranquilla e serena era la vita in quel suo luogo natale era un po' troppo monotona per le sue aspettative, e quindi si mise in viaggio alla ricerca di un qualcosa che potesse risolvere tale problematica.
All'inizio il suo viaggio fu molto difficoltoso: le foreste assai profuse abbondavano di pericoli di ogni genere e lui, alle prime armi e con uno scarso equipaggiamento, non poteva reggere molto il confronto con tali insidie. Nonostante ciò continuò il suo viaggio senza meta tra la natura più pura e pericolosa, talvolta ingegnandosi per sopravvivere, e i villaggi in cui sostava.
Finì per arrivare a raccontarmi di un episodio particolare che gli capitò dopo sei mesi dalla partenza dal suo villaggio: era in un'oscura foresta in cui a malapena i raggi del sole penetravano...
Ma all'improvviso dopo l'ultimo sorso di quell'intruglio si fermò. Io, decisamente preso dal suo racconto esclamai subito: «Cameriera! Ne porti un altro per me e il signore». Dopo un primo sorso lui riprese subito la storia: in quella foresta aveva ormai perso l'orientamento quando vide tra gli alberi e la fitta vegetazione un'oscurità senza fine. Non trapelava il minimo lume. Sembrava un buco senza fondo. Egli avvicinandosi per scorgere meglio la natura di tale manifestazione ne rimase come incantato: l'oscurità sembrava espandersi, o era il resto a ridursi? In breve tempo però non vi era più nulla.
Rinvenì in una radura, chissà dove, chissà quando, dove ebbe uno strano incontro. Non scese nei particolari, ma disse che ciò lo aveva cambiato, e che ora aveva una meta, seppur non concreta. Non rispose alle domande che gli posi successivamente, disse solo che dopo altri sei mesi arrivò qui, in questo paesino di collina, e che aspettava notizie riguardo ad un certo lontano continente dove aveva sentito ci fossero state particolari apparizioni a cui era decisamente interessato. Detto ciò, finì con un ultimo sorso ciò che rimaneva di quello strano intruglio, si alzò e se ne andò salutando con un semplice: «Arrivederci, spero la storia non sia risultata noiosa».
Non lo rividi più. Chissà cosa ne è stato di quel singolare avventuriero di nome Kors.


Capitolo 2: Frammento di una storia ignota

Prima l'oscurità. Poi la luce. L'avventuriero rinvenne in una landa desolata. Era pieno giorno, ma il sole era come oscurato da un cielo denso e bruno. Stava per guardarsi attorno quando si accorse di una presenza al suo cospetto, una Tenebra con forma non ben definita, ma simile a quella di una feroce bestia: non era granchè grande di dimensioni e i suoi occhi erano ben distinguibili dal resto poiché emanavano una fievole ed offuscata luce, ma la sua presenza metteva una forte e irremovibile soggezione. Il giovane era sul punto di alzarsi da terra quando udì una voce penetrante percuoterlo da cima a fondo: le parole era incomprensibili, ma il senso di tali arrivò diretto alla sua mente: «Tu che porti ancora la Luce con te, perché ti sei avvicinato all'oscurità?».
Il ragazzo non fece in tempo a rispondere, ma bensì solo a pensarlo, che ebbe già un nuovo messaggio da quella Tenebra: «Curiosità? Ciò ti porta all'imprudenza?». Dopo ciò i due si fissarono per qualche secondo: il giovane aveva il cuore in gola e suoi pensieri erano molto confusi, quando la Tenebra tornò a parlargli: «Per soddisfare la curiosità e abbandonare l'imprudenza ti serve più forza, io ormai non ne ho più molta, ma posso cedertela una volta riottenuta se mi aiuterai nel mio cammino».
L'avventuriero riprese un po' coraggio e rispose: «Luce? Forza? Non sto capendo... In cosa mai potrei aiutare io un tale essere?».
«Luce era ciò di cui brillavamo io e questa landa un tempo. Forza è ciò che con gli anni si è perso in mancanza di quel lume che ci venne sottratto. Se la tua scelta sarà di lasciarmi unire a te per porre fine a questa antica tragedia tutto ti sarà più chiaro».
«E cosa ne dovrei ottenere io da ciò?»
«Avrai il potere di soddisfare tutta la tua curiosità».
A quel punto la Tenebra sparì e Kors si chinò a terra colto da un’improvvisa ondata di pensieri e memorie, prendendo coscienza di quanto detto prima dalla Tenebra...
Ormai quell’essere non era più dinanzi a lui, tuttavia Kors continuava a sentire la sua fievole luce offuscata dalle tenebre...


Capitolo 3: Pregresso e postumi

Ricordo bene: se ne stava spesso con le gambe a penzoloni su uno dei rami degli alberi più antichi di quell’altura, e aveva sempre un rametto di bambù tra i denti che mordicchiava con espressione serena.
Era un ragazzo solare: la luce che emanava attirava sempre molta gente ed infatti era sempre circondato dai pochi abitanti del luogo.
Aveva una bella famiglia, erano sempre tutti così sereni.
Però, pareva non lo soddisfacesse molto la sua calma vita di provincia, puntava a soddisfare la sua ampia curiosità riguardo al mondo sia nella sua vastità che nei suoi dettagli, perciò un giorno si decise pienamente a partire per viaggiare e scoprire tutto ciò che poteva sull'universo che lo circondava.
All'epoca aveva da poco compiuto 17 anni e seppur parecchio giovane era molto convinto della sua decisione di avviarsi alla scoperta del globo.
Quel giorno tutti i cittadini del villaggio si radunarono per salutarlo: c'era chi gli augurava la buona sorte, chi si accontentava di congedarsi con un «Arrivederci» detto senza troppi pensieri e chi gli porgeva doni di qualsivoglia genere per aiutarlo nel suo imminente ed impegnativo viaggio. C'era anche la sua famiglia e quella che pareva essere sua ava. Mi ricordo che si chinò per prendere un qualche ninnolo dalle mani della sua sorellina per poi salutarla accarezzandole il capo.
Io me ne stavo un po' in disparte osservando da non troppo lontano: ero in sosta dal mio tragitto, stavo lì a Linworn da poche settimane e sarei ripartito qualche giorno più il là.
Non sentii più parlare di quel paesino dopo la mia partenza e a poco a poco il suo ricordo rimase sepolto nelle mie memorie.
Passò diverso tempo quando a distanza di circa 7 mesi, o forse anche 8, rincontrai quel ragazzo ormai divenuto un vero avventuriero. Lo riconobbi a fatica: la sua espressione non era poichè molto cambiata, ma aveva un'aria completamente diversa. La luce che in passato attirava a sé la gente del villaggio era come offuscata da un manto di oscura desolazione. Lui mi guardò, ma non disse nulla. Non più come una volta era solito salutare chiunque a prima vista: qualcosa era cambiato, qualcosa era successo in quei mesi di viaggio, qualcosa di talmente influente da riuscire a coprire il sole che portava con sé e la sua nativa natura così radiante. Non ebbi le parole per dirgli alcunché, dunque proseguii come se nulla fosse seguendo il mio itinerario.
Chissà, magari ora costui è tornato ai suoi albori, o forse la sua strada è per sempre mutata…


Capitolo 4: Un soffio di sventura

Era appena passato il dilucolo, Kors aveva riorganizzato il suo inventario ed era pronto per lasciare il borgo Virthia. Alle sue spalle la locanda, Virthia's Sauce, dove sedeva di solito la sera e di fronte a lui il porto. Il giovane sole si rispecchiava sul crespo mare creando giochi di luce dai suggestivi colori, la nave era quasi pronta a partire. Ma dove l'avrebbe portata il vento? Ovvio, verso Palder: un luogo di recente estremo interesse per gli avventurieri di tutte le taglie, un luogo che aveva suscitato l'interesse pure dell'insolito avventuriero Kors.
Quando il sole fu un po' più alto nel cielo, verso circa le 8, la nave fu pronta a salpare e Kors ci salì insieme a molta altra gente, tra cui, soprattutto, avventurieri.
Il giorno trascorreva lento e tranquillo e Kors si appisolò sul pennone dell'albero di mezza. Era solito sostare e riposarsi su punti sopraelevati, preferibilmente alberi.
I giorni passarono e tutto era statico e monotono: vi era un sottofondo d'impazienza, ma la calma regnava incontrastata. Erano previsti 40 giorni di navigazione per raggiungere Palder e Kors non poteva far altro se non dormire, meditare, leggere qualcuno dei suoi vecchi libri che si portava dietro o mormorare a sé stesso come gli capitava spesso di fare. Intanto i giorni passavano.
Arrivò il quindicesimo giorno di traversata. Quel giorno l'alba era più rossa di qualsiasi si sia mai vista: un vero spettacolo per gli occhi. Kors, dopo aver letto un po' uno dei suoi libri dall'aspetto logoro, riprese a dormire.
Ad un certo punto una scossa tremenda attraversò la nave da prua a poppa: Kors, che stava appisolato sul solito posto sopraelevato, per poco non piombò a terra: si afferrò all'ultimo al pennone evitando così la caduta probabilmente fatale. I marinai gridavano come non mai, i passeggeri guardavano l'orizzonte con visi impressionati, il vento soffiava forte e la pioggia cadeva veloce come frecce. Kors guardò lo stesso scenario che gli altri sulla Rithia Blue stavano già osservando: un gigantesco tifone si dirigeva verso l'imbarcazione.
L'incredulità di Kors traspirava di un po' dal suo sguardo sempre così serio e apatico… Era forse la fine? Lo pensò per un attimo ma poi tornò subito a ragionare per cercare scampo a quella situazione così terribile.
Probabilmente in quelle condizioni non c'era effettivamente scampo: il tifone si avvicinava sempre più mentre alcuni degli avventurieri, quelli in cui la magia vi scorreva nelle vene, provavano a creare contromisure lanciando incantesimi di protezione e di attacco nel tentativo di disperdere la tempesta, quelli più furbi e abili invece ricorrevano al teletrasporto per ritornare sulla terraferma. Kors non era tra di loro, lui non aveva la minima dimestichezza delle arti magiche nonostante avesse studiato parecchio in merito. Ormai era arrivato nei pressi della nave. Il veliero venne travolto e spezzato come pane secco da quell'immensa forza della natura, ma, un attimo prima che ciò accadde delle fiamme nero opaco e dai contorni non ben definiti scaturirono dal corpo dell'avventuriero avvolgendolo completamente.
Prima l'oscurità. Poi la luce. L'avventuriero rinvenne in una spiaggia in cui le calme onde del mare sembravano massaggiare la sabbia.
Dalla sua candida pelle affioravano alcune squame brune e dai contorni frastagliati, ma persero subito forma fisica e si dissolsero lasciando delle chiazze scure su quella bianca pelle.
Chissà che era accaduto…


Capitolo 5: Uno straniero nella baia di Honkokt

Mi svegliai. Era ancora presto, ma decisi ugualmente di alzarmi dal letto ed uscire a fare un giro di perlustrazione lungo la spiaggia.
Qui in questa baia, a Honkokt, è sempre tutto così calmo e pacifico, ma ieri si erano sentiti dei venti poco rassicuranti provenire dall'oceano e stando a quel che dicevano gli altri all'entroterra vi era stata una tempesta in mar aperto, così controllai che tutto fosse come di norma.
Stavo camminando da appena 10 minuti quando vidi qualcosa in lontananza appresso la costa: era un uomo, era seduto lì con aria pensierosa e sembrava avesse una vaga sensazione di disorientamento.
Mi avvicinai: appena arrivato al suo fianco egli si girò e mi guardò fisso negli occhi, mi sentii un po' in soggezione. Gli chiesi: «Sembrate in difficoltà. Avete bisogno d'aiuto?».
Lui fece trascorrere alcuni secondi prima di rispondere e disse: «Dove mi trovo?».
Io ero un po' sorpreso: non sembrava veramente sapere dov'era e come ci fosse arrivato.
Ripresi il dialogo e gli risposi: «Siamo alla baia di Honkokt: un luogo dalle giornate calme e dal cielo sempre sereno.». Era effettivamente vero: qui alla baia era sempre tutto tranquillo e neanche il cielo osava minarne la pace versando più fiato nei venti e scaricando l'ira nei tuoni.
Lui non sembrava comunque sapere che posto fosse e quindi tirai fuori dal taschino destro del mio marsupio la mappa dei continenti e gli indicai il luogo esatto: «Ecco. Siamo qui, in questo punto.».
Lui guardò un attimo dove stavo indicando con l'indice e poi riprese a fissarmi negli occhi e dicendomi: «Capisco...».
Ero un po' incuriosito da questa faccenda e quindi non mi trattenei dal rivolgergli nuovamente la parola: «Posso chiedervi come vi chiamate? Vi ricordate come siete finito qui?».
Lui rispose subito: «Kors, questo è il mio nome. Ero su una nave, era dirotta a Palder, un tifone l'ha travolta e distrutta.».
Io ero alquanto sorpreso e sconcertato: «Un tifone? Distrutta? Come siete sopravvissuto?».
«Poco fa mi sono risvegliato qui: devo aver attraversato l'oceano...».
Parlai ancor prima di pensare: «Ma com'è possibile?! Anch'io ho visto un po' di turbamenti a largo ieri, ma erano assai distanti! Nessuno riuscirebbe a percorrere una tale distanza in mare aperto e senza mezzi.».
Lui non rispose. Continuava a fissarmi e si alzò in piedi.
A me non pareva il caso di lasciare la questione così com'era, quindi gli chiesi se potevo ospitarlo per un poco finché non si fosse ristabilito.
Era un pochino traballante ma arrivò con facilità alla mia modesta casetta di legno a due passi dalla spiaggia.
Una volta giunti a casa mi girai di colpo verso lui e gli dissi: «Ah, scusate, non mi sono presentato. Io sono Arkel.».
Lui fissandomi come se mi trapassasse le pupille rispose: «Capisco.».
Entrammo in casa. Il suo viso prese un'espressione un po' corrucciata e infastidita, quindi gli dissi un po' imbarazzato: «Scusate. Puzza un po da fumo qui dentro.» ed egli rispose prontamente: «Non importa.».
Lo feci accomodare su il mio vecchio divano di lana di cammello e legno di palma e lui, una volta seduto, per la prima volta mi rivolse la parola di sua iniziativa: «Le orecchie. Discendi da un elfo, vero?».
«Oh, l'avete notato. Sì, mio bisnonno era un elfo. Infatti per ciò gli abitanti della cittadina poco più a nord di qui sono soliti chiamarmi "orecchie a punta", talvolta storpiandolo in "orecchi'appunta".».
«E l'hai mai visto? Tuo nonno? O un altro elfo?».
«No, non ho mai avuto la fortuna di conoscere i miei antenati elfici o altri come me.».
Detto ciò riprese il silenzio nei suoi confronti, dunque gli chiesi di gentilezza: «Gradite del tè? Se vuole ne preparo un po' per entrambi.».
Lui rispose semplicemente: «Va bene.».
Mi alzai per prepararlo e intanto gli feci alcune domande: «Quelle macchie sul vostro corpo. È successo qualcosa? Avete bisogno di cure?».
«No, non sono niente, spariranno in poco tempo.».
«E riguardo a Palder? Posso chiedervi cosa vi ha spinto a solcare i mari pur di arrivarvi?».
La sua risposta, tuttavia, non fu molto gratificante: «Avevo sentito delle voci riguardo quel luogo. Sono in viaggio per verificarle.».
Scherzando un po' gli dissi: «Non siete un uomo dalle molte parole, vero?».
Rispose comunque seriamente: «Già...».
Bevemmo il tè e una volta finito lui si rialzò dicendo: «Molto buono, come posso ripagare l'ospitalità?».
Io risposi: «Non fa nulla, anzi, se volete, restate pure un altro po' per risanare i traumi del naufragio».
Disse: «Va bene così. Devo ritrovare un altro mezzo per raggiungere Palder.».
Pensandoci un attimo cercai di indicargli la via: «Allora, vi consiglio di proseguire verso nord dove sta Uzteria, la cittadina di cui vi parlavo prima. Il porto più vicino è in una città parecchio a est ed è consigliabile chiedere prima a qualcuno in città per scegliere la via migliore.
Vedendo che possedete una spada deduco voi siate un avventuriero: forse qualcuno dei mercanti che si dirigono verso di lì potrebbe apprezzare una scorta armata.».
Egli disse: «Grazie di tutto, vado subito.».
Io però mi offrii di accompagnarlo fino alla cittadina e così ci incamminammo.


Capitolo 6: Il vecchio con la pipa

Stavo guardando un po' in giro seduto sul bordo del mio carro quando notai un giovane dall'aria sospetta entrare in città dalla foresta: camminava un po' storto, sarà stato un ubriacone rinvenuto da qualche goliardica festicciola del cavolo!
Poi notai anche quel diavolo di orecchi'appunta dietro di lui. I due si fermarono, quello più avanti che sembrava un forestiero si girò verso l'orecchie a punta, i due si dissero qualcosa e poi il forestiero tornò ad avanzare con la sua anda da doposbornia e l'altro tornò indietro.
Sembrava un po' disorientato, e ci credo! Con tutto quello che si sarà bevuto sto disgraziato!
Continuavo ad osservarlo, tanto, in questa cittadina non succede mai niente… ed ecco che vidi fermarsi in giro a rivolgere le sue chiacchiere alla gente che trovava: ero troppo distante per sentire che dicevano, ma sembrava chiedere qualcosa, forse manco sapeva più dove abitava! Che roba!
Poi lo vidi venir verso me e una volta di fronte gli esclamai di tutto petto: «Che vuoi, cialtrone?!».
Lui rispose pronto e sicuro: «Sto cercando una spedizione mercantile verso l'est.».
Perbacco! Dalle sue parole non sembrava mica così storto, ma ripresi subito a chiedergli: «E perché vorresti andare a est?».
E disse: «Me l'ha consigliato Arkel. Ha detto che avrei potuto trovare dei mercanti diretti a est nella città col porto più vicino e che avrei potuto fargli da scorta.».
«Chi? Quell'orecchi'appunta?! E chi mai vorrebbe qualcuno che manco camminare dritto sa come scorta?!» gli dissi di tutto tono.
Ma lui riprese tranquillamente: «Esatto, proprio lui. E in ogni caso la mia condizione è temporanea.».
Forse mica era un ubriacone uscito da qualche festino… ma volli accertarmene: «E che ti sei fatto per camminare come un gabbiano sbronzo?!».
Ma ecco che disse qualcosa d'inconcepibile: «Ero su una nave, ha naufragato in mare aperto, ed io mi sono ritrovato così sulla spiaggia.».
Mi misi a ridere di gusto: «Ahahaha! Almeno come comico forse hai qualche speranza, ma come scorta non mi convinci molto.».
Ma lui sembrava convinto del fatto suo e disse: «Vuoi un prova? Dimmi cosa fare.».
Mi sfregai le mani e ancora col ghigno sul viso gli dissi: «Vedo che ti porti dietro una spada, beh, taglia in due quel masso».
Era un masso da penso 200 chili: impossibile romperlo! Però, senza che neanche gli dissi nient'altro estraè la sua spada, senza manco la punta tra l'altro, e fece in due quel masso… Ero sbalordito, tant'è che mi cadde la pipa dalla bocca: aveva tagliato in modo netto della roccia viva con un semplice e abile gesto di spada!
Esclamai: «Beh, ragazzo. Non so che trucchetti tu abbia usato ma se puoi farlo pure sui briganti tanto meglio.
Io vado verso est, a Kuz Ka' Tar o come diamine si chiama, ti prendo con me! Partiamo subito!».
Lui, con la faccia da pesce lesso, disse solo: «Va bene.».
Fu così che partii con sto strano avventuriero a farmi da scorta. Che roba!
 
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Capitolo 7: Viaggio verso Kuz Ka' Tar

Salii sul carro dopo aver slegato quei senza voglia dei miei due cavalli. Non mancava molto a mezzodì, ma sempre meglio che partire di tardo pomeriggio. Quell'avventuriero si sedette dietro con la merce: «Occhio a non rompere niente o ti lascio a piedi!».
E lui: «Va bene».
Già tanto se metteva due sillabe in fila, bah!
Il viaggio andò abbastanza tranquillo quel giorno: viaggiammo fino al tramonto fermandoci nel mezzo solo per mettere qualcosa sotto i denti e far recuperare un po' quegli scansafatiche di cavalli.
La notte ci accampammo nel carro dietro ad un grosso cespuglio per evitare che qualche mona assetato di quattrini lo notasse. Ovviamente prima legai i cavalli che con la voglia di lavorare che c'hanno sarebbero spariti ancora prima del levar del sole.
E così continuarono le giornate: io che guidavo il carro e lui che se ne stava dietro a pesar peri… forse non sarebbe neanche servito portarmi dietro quello spacca-pietre zoppo.
Arrivò presto il quindicesimo giorno di viaggio… La metà caspita!
Sembrava un giorno come tutti gli altri: partenza all'alba subito dopo la colazione, fermarsi a mezzodì per rifocillarsi un po' e la sera a farsi l'ultimo pasto prima di dormire di gusto… Ma invece no! E che diamine, dovevano spuntare come funghi su quel sentiero umido del bosco quei diavolo di briganti! Ma non è possibile!
Si misero di colpo in mezzo alla strada spuntando dai cespugli, erano in tre! Mi girai di colpo e ne vidi altri 2 dietro: Forse la dea bendata aveva smesso di seguirci lungo il viaggio, ma esclamai a gran voce: «Tu! È il momento, vai a conciarli come salami!». Ma prima che finissi di dirlo si buttò già nella mischia colpendo uno di quelli dietro con un pugno in faccia: «Scrack!» si sentii. Credo gli avesse rotto la mandibola con quel destro… Figata!
Poi partì in contro al secondo che aveva già sfoderato la lama, un falcione era. Lui sguainò quella spada del cavolo senza punta e si videro le scintille del metallo partire dopo l'impatto.
Quell'avventuriero e il brigante fecero ferro contro ferro per forse tre volte, fino a che indietreggiando, Kors (mi pare fosse quello il nome), gli tirò in faccia della terra con una scarpata e gli spacco la testa col termine dell'impugnatura. Un altro andato, si vede che ho buon occhio per la gente forte! Ah ha ha!
Gli altri tre partirono subito andandogli contro, ma lui, come una bestia imbizzarrita fermò le tre lame con la spada e tirò agilmente un calcio in pieno petto ad uno seguito da un rassicurante "Cra-Crack" delle costole spezzate… Ed io? Io me ne stavo assai comodo a guardare lo spettacolo con la pipa in bocca come accompagnamento! Ah ha ha!
Schivò il colpo successivo dei due rimanenti, ma uno indietreggiò di un poco finendo vicino al retro del cavallo. E allora tirai un colpetto a quelle grosse chiappe e imbizzarrito gli piantò due zoccoli in faccia! Ahahahahaa! Ci so proprio fare!
Quello rimanente sferrò un altro fendente a quel tipo che ribattee allo stesso modo, però mentre erano lama contro lama il brigante tirò fuori un'accetta e Kors, non sapendo come pararla pensò da bravo mona di fermarla con la testa. Un colpo in piena fronte. Che razza di deficiente…
Subito dopo ciò afferrò con la sinistra la mano del brigante che teneva il falcione e con la spada gli aprì uno squarcio in gola. Una tattica poco funzionale: cadde in un lago di sangue.
Mi alzai per andare da lui e… incredibile! Respirava ancora!
Pensavo che sarebbe morto a poco dopo, ma gli fasciai comunque la testa con un vecchio straccio e lo caricai sul carro partendo a mille prima che altri guai sbucassero dai cespugli!
Stava ormai per essere mezzogiorno quando, sentendo dei rumori di scricchiolio del legno dal retro del carro, mi girai e vidi Kors che s'era alzato in piedi come nulla fosse e venne con aria un po' confusa e affaticata a sedersi davanti affianco a me, mi presi d'impeto ed esclamai: «Ma quindi sei ancora vivo! Non che dubitassi della tua resistenza, ma sta attento che quel colpo era bello serio!».
E lui con la sua solita espressione da pesce lesso mi guardò come se nulla fosse successo e disse: «Dove ci troviamo ora? Quanto è passato da quando sono svenuto?».
Che tipo veramente strano, io avrei esultato d'essere ancora vivo dopo aver incassato una menata del genere… Ma prima che potessi rispondergli, la fascia ormai intrisa di sangue che aveva intorno alla testa si sfilò e scese intorno al collo lasciando scoperta la ferita ancora viva che s'era gonfiata ai lati e la pelle intorno era come annerita… che abbia fatto infezione? O forse le lame di quei briganti erano inzuppate nel veleno?
«Ehi. Guarda che non la vedo mica bene quella ferita lì, rischi di rimanerci secco.».
Ma lui, da solito mona, disse solo: «Cos'ha di strano?».
Presi un frammento di specchio dal taschino e glielo misi di fronte: «Ecco, guarda tu stesso.».
La sua espressione non cambiò minimamente e rispose: «È normale, non vedo niente di insolito.».
Normale quella roba?! Quel tizio era proprio suonato come una campana, ma vabbe, se ci crede lui lasciamolo stare. Tanto non che ci si possa far molto qui nel mezzo della via per Cuscus Tar o che era.
Proseguimmo il viaggio con la solita tabella di marcia.
Arrivammo al ventesimo giorno e ci fermammo per una breve sosta in cui fare i rifornimenti più importanti come l'acqua in un piccolo villaggio sperduto a metà di questa via.
Il villaggio non aveva niente di particolare oltre a qualche casupola e un pozzo, ma avevo sentito ci fosse un lago poco più a sud, non che la cosa mi fosse tanto utile.
Ora non ho voglia di raccontare cosa successe in quel posto del cavolo, ma sta di fatto che il giorno seguente senza neanche che fossero arrivati i primi albori partimmo veloci come il vento.
Ero stremato: non avevo mai corso così tanto per raggiungere il carro e poi ripartire subito di corsa.
Kors non sembrava neanche tanto affaticato, a quanto pare nascondeva un fisico atletico sotto sotto... impressionante per uno che si è presentato zoppicando.
Da qui in poi il viaggio proseguì senza intoppi, per fortuna, erano successe fin troppe cose… comincio a pensare che sto qui attiri iella.
Arrivammo ai cancelli di Kuz Katarro. Mi avvicinai a Kors sussurrandogli: «Ehi, ascolta, non far casino al controllo, ok?».
E lui: «Ok», solita espressione da idiota.
Non fecero nessuna storia ai controlli, ci sarebbe pure mancato.


Capitolo 8: Il lago di Huniryha

Che sfiga, preferirei neanche ricordarmi di quel posto del cavolo, ma ne racconterò comunque:
Come dissi eravamo in un villaggetto sperduto in mezzo alla strada per Kuz… che nome aveva? Vabbe, comunque sta di fatto che mentre prendevo su dei carichi d'acqua dal pozzo per non restare a secco durante il resto del viaggio quel mona di Kors se ne girava un po' a zonzo per il villaggio: ma non doveva garantire la mia sicurezza e quella della mia merce? Poco male, meglio non averlo sempre tra i piedi.
Arrivò sera, non c'era anima viva in giro: sembravano tutti stare in casa, ma non si intravedeva neanche un piccolo lume nelle abitazioni. M'accesi un fuoco per cucinare qualcosa prima di andar a dormire, ma ad una certa una fredda brezza dal particolare odore proveniente da sud spense di colpo il fuoco… che era? Intanto quel fastidioso venticello continuava a soffiare mettendo una certa sensazione di disagio e io non riuscivo più ad accendere il fuoco… Che rottura! Presi Kors e gli dissi: «Ora ce ne andiamo a vedere da dove viene sta brezza del cavolo!», e così partimmo a vedere che cosa era.
Non so neanche io bene perché scelsi di seguire un venticello del cavolo, ma nonostante ciò sentivo il bisogno di capirne l'origine. Boh.
Poco dopo arrivammo ad un lago, mi ricordai infatti che quei tizi al villaggio ne avessero parlato, ma senza dire niente di che… Kors disse mentre ancora stavo pensando: «Sembra proprio che l'origine del vento sia questo lago». Fantastico! Aveva appena battuto il suo record di parole in una frase! Bah… ma risposi prontamente: «Beh, non sembra poi così strano. Non vedo altro in giro.»
Cominciai a guardare un po' nell'acqua: niente di strano. C'era solo una puzza di pesce marcio che il vento portava in giro da lì.
Pensai che ormai non ci fosse più nulla da vedere e volgendo le spalle al lago mi accesi la pipa per tornarmene indietro rassegnato per non avere un modo per cucinare la cena quel giorno. L'aria diventò fredda di colpo e vidi Kors balzare indietro all'improvviso con la coda dell'occhio: mi girai verso il lago… Non era possibile, no… un mostro, un maledettissimo mostro era venuto fuori dall'acqua!
Aveva degli occhi gialli, accesi, ma ben presto mi accorsi che non aveva solo una testa, erano tre… il corpo era interamente coperto di squame.
Sembrava proprio guardare Kors. Come se c'avesse qualcosa a che fare… Ma figuriamoci se lui conosce una bestia del genere, pff.
Pensai che sarei schiattato lì solo dal colpo di averlo visto.
Kors mugulò qualcosa per poi sguainare la spada e dire: «Corriamo. Ora.» e così come lui presi a correre disperatamente fuggendo da quella roba, diamine!
Un'aria ancora più gelida sembrava inseguirci mentre stavo gridando: «Non avevi detto di saper combattere? Perché ci siamo ridotti a ricorrere alla tecnica segreta della fuga?!», ma poi dando un'occhiata indietro il mostro non sembrava essersi mosso di un millimetro...
Così arrivammo al carro e partimmo veloci come proiettili.
Che esperienza schifosa, Kors… porti proprio sfiga…


Capitolo 9: Gli accaduti di Kuz Ka' Tar

Appena dopo essere arrivati in città Kors e il vecchio si separano, ognuno andò per la propria strada.
L'ultima nave per Palder era già salpata qualche giorno prima e la successiva era prevista dopo parecchi mesi, così non rimase all'avventuriero Kors che attendere ed esplorare i dintorni per passare il tempo.
Come prima cosa decise di entrare in una locanda che aveva notato appena arrivato, una certa "Birreria da Pino", e si sedette ad un tavolo. Poco dopo però, appena preso da bere, dei loschi individui entrarono nella locanda e si avvicinarono a lui esclamando: «E tu che ci fai qui? Questo è il nostro posto». L'avventuriero, senza fretta, fece un ultimo sorso dal suo boccale e rispose: «E quindi?», ma di colpo venne investito da una potente magia d'urto lanciata da uno di loro e ruzzolò a terra coperto dalle schegge del legno del tavolo e pieno di tagli. L'avventuriero si rialzò subito, sgrondante di sangue, e con una cupa espressione in volto. I loschi individui ridevano.
D'un tratto il sangue che scorreva al di fuori di Kors s'imbrunì ed un attimo dopo smise di fuoriuscire. L'aria si freddò. Nel suo sguardo si poteva scorgere un profondo oceano di oscurità... delle fiamme nere cominciarono ad affiorare dalla sua candida pelle...
Kors impugnò la spada e lacerò le gambe di chi l'aveva colpito mettendo in fuga gli altri in preda al terrore, poi, di nuovo sgrondante di sangue, pagò il conto per quel mezzo boccale bevuto e uscì dal locale stringendone ancora in mano il manico ridotto in cocci e passando sopra al losco tizio a terra in agonia.
L'avventuriero svenne in un vicolo poco più distante.
Era ormai sera, Kors si rialzò e cominciò ad avanzare verso la periferia ricoperto di ferite che s'erano gonfiate ed annerite ai bordi.
Passò la notte su un ramo di un albero fuori città, nel mezzo della prateria in cui rimase per i successivi tre giorni.
Dopo l'accaduto, Kors evitò la zona di quella locanda per due mesi.
Passò diverso tempo, o meglio, era quasi giunto il tempo di salpare. Infatti il giorno seguente la nave per Palder sarebbe partita, ma quel giorno Kors ebbe un incontrò che cambiò il futuro della città:
Era una calma sera, il vento fluiva leggero e l'avventuriero era appena tornato da fuori città dopo aver cacciato alcune creature per riscuoterne la taglia. Un uomo, coperto da una malconcia armatura di vecchia ferraglia, si avvicinò a lui e gli chiese: «We bro, non è che avresti d'accendere?» e Kors rispose: «No, non fumo», e l'uomo disse: «Beh, fa niente. Chiedo a quello lì» per poi allontanarsi, ma tornando subito indietro dopo essersi acceso il sigaro e riprese il dialogo: «Hey, ti va di farti qualche goccio in compagnia? Sembra figa quella spada, la posso provare?», ma prima che Kors potesse dire nulla la sua attenzione venne richiamata dall'urlo di un altro uomo poco distante: «Sei tu quello che ha sfidato la mia banda?!».
L'uomo si avvicinò a Kors e lo guardò dall'alto in basso, poi estraè la spada e tirò un fendende verso l'avventuriero che parandolo urtò l'uomo con l'armatura affianco il quale, perdendo l'equilibrio, cadde a terra e fece ruzzolare via il sigaro verso un carro pieno di paglia.
Mentre Kors e il capo della banda combattevano parando uno i colpi dell'altro un fascio di paglia penzolante dal carro s'incendiò al contatto col sigaro propagando le fiamme sull'intero carro: in poco tempo il fuco si attaccò ai legni delle case affianco e si espanse sempre più.
Il combattimento si protaeva: Kors venne colpito di striscio alla spalla sinistra da un fendente e sfiorò con la spada l'avversario, nel mentre un trave incendiato precipitò tra i due che si scansarono indietreggiando. Il capobanda indietreggiò ulteriormente e sparì nelle ombre dei fuochi dicendo: «Pagherai un altro giorno, sempre se non morirai bruciato prima...».
Kors rimase per un attimo fermo, l'uomo con l'armatura era sparito e la gente correva fuori dalle case con gridi di "Al fuoco!" e indicando Kors con sguardo di malizia. L'avventuriero prese a correre in direzione del porto, ma mentre si affrettava ad allontanarsi un pezzo di legno ardente gli cadde addosso, sulla sua schiena, incendiando lo zaino che si portava dietro e così decise di gettarlo a terra per poi riprendere a correre ancor più veloce e infine salì sulla nave per Palder senza farsi notare e rifugiandosi sul pennone, il solito dell'albero di mezza, trovandosi accanto l'uomo con l'armatura svenuto e con braccia e gambe a penzoloni.
Kors attese lì fino all'indomani quando poi sarebbe partita l'imbarcazione...
Dopo questi avvenimenti, in quel regno, cominciò a diffondersi la voce del "portatore del caos", o anche più semplicemente "caotico", ed infine venne adottato comunemente tra il volgo proprio quest'ultimo per riferirsi a Kors: colui che venne incolpato per l'incendio e la distruzione dell'intera Fortezza Portuale, Kuz Ka' Tar.


~ Il background verrà aggiornato aggiungendo un nuovo capitolo quando mi pare ~
 
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